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Il 75% degli Italiani vorrebbe continuare a lavorare a distanza

Durante il periodo di lockdown molti italiani hanno sperimentato lo smart working, una forma di lavoro da remoto ancora poco diffusa all’interno delle aziende. I più concordano nel sostenere che sia stata in realtà più una sorta di trasposizione della modalità di lavoro in ufficio a casa che smart working vero e proprio, in quanto l’essenza dello smart working sta nella libertà di poter organizzare tempi e spazi di lavoro.

Eppure, secondo un sondaggio realizzato da Whitelibra, startup nata per promuovere il lavoro digitale in Italia, con il supporto di un comitato scientifico presieduto dal professor Michele Faioli, uno dei relatori presenti agli incontri del progetto Il lavoro che ha senso, su un campione di oltre 600 persone il 75% di chi ha lavorato a distanza vorrebbe continuare a poterlo fare anche nel post emergenza COVID-19. Un dato importante se si tiene conto del fatto che il 66% del campione sino ad ora aveva lavorato solo in modo tradizionale.

A preferire questa modalità di lavoro sono gli uomini e le donne più adulti, meno le generazioni più giovani. Le donne, in particolare modo, ritengono di essere state più produttive in modalità smart. Il 92% dichiara di lavorare molto o comunque non meno che nelle attività in presenza e il 34% ritiene che la produttività sia aumentata notevolmente. Del campione intervistato, solo il 31% ritiene che questa esperienza abbia una ricaduta di stress maggiore rispetto all’attività tradizionale.

Come promuovere, incentivare e regolamentare quindi questa forma di lavoro? Nicolò Boggian, fondatore di Whitelibra, sostiene che l’introduzione di un contratto nazionale per il lavoro agile/smart, richiesta che è già stata avanzata anche dai sindacati, potrebbe permettere all’Italia di avvicinarsi alle economie più evolute in tema di smart working.

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